il Bar Nel deserto

Da Stefano Bolognini . Bolognini S. Il bar nel deserto. Simmetria e asimmetria nel trattamento di adolescenti
difficili. Riv. Psicoanal., 51, 1, 33-44.

“IL BAR NEL DESERTO.
Proprio nel trattamento di adolescenti “difficili”,  è venuta in mente molte volte l’atmosfera di
certi bar che si vedono nei film “on the road” degli anni ’70: quando i protagonisti ( perlopiù giovani
“alternativi”, in moto o con vecchie automobili, in una dimensione senza tempo) attraversano
sterminati deserti nord-americani, e nei posti veramente più impensabili trovano una baracca di legno,
che è un bar, dove capita chi capita.
Sono degli imprevisti punti di riferimento, dove di solito c’è un barista che ha la caratteristica –sul piano
psicologico- di mostrare di non meravigliarsi di niente: è “uno che sta lì”, che vede passare i personaggi più
diversi, e che non si scompone più di tanto quando le persone che entrano nel locale gli scaricano sul bancone
le più strane porzioni di umanità.
Questo tipo di barista ha la porta sempre aperta, e spesso gli capita che i personaggi del film ripassino più
volte per di lì.
Si alternano situazioni di vario genere: incontri, risse, atmosfere persecutorie, qualcuno che è inseguito,
che è ricercato o che è a sua volta alla ricerca di qualcuno, e così via; ma il barista rimane un punto fermo,
tiene aperto il suo chiosco nel deserto, ed è riservato ma disponibile.
L’adolescente può avere bisogno di questo tipo di interlocutore perché molto spesso non regge il peso
delle situazioni transferali troppo forti e conflittuali che egli stesso ha contribuito a creare e che non è ancora
in grado di contenere, né di elaborare o di comunicare a qualcuno che sia per lui troppo noto o vicino: in quei
momenti può preferire uno sconosciuto, che si presenti come attento e partecipe con discrezione, ma che
sappia anche proporsi – almeno per un certo tempo- come un oggetto “di passaggio”, dimenticabile, capace di
tollerare senza troppe pretese la ferita narcisistica che un tale ruolo precario può comportare.
Qualcuno che dia la sensazione di poter essere lasciato indietro e casomai ritrovato in seguito, se occorre;
qualcuno che non si ponga come protagonista della scena, anche se in realtà può talvolta fornire cibo e acqua
a chi ne ha bisogno: ma sempre senza far cadere dall’alto tutto ciò.
Il barista, infatti, è una figura narcisisticamente inoffensiva.
Il barista è una figura intermedia tra il pieno e riconoscibile oggetto genitoriale, coinvolto in larga misura in
una collocazione topica super-egoica, e un oggetto narcisistico gemellare, un “altro se stesso”.
Quest’ultima dimensione è quella che i ragazzi trovano nei “Mc Donalds”.

Il “Mc Donalds” è un oggetto che nega la separazione e la dipendenza: non lo si perde e non lo si
rimpiange, perché c’è dappertutto, e dappertutto è uguale.
Esso realizza la fantasia di “ristorazione narcisistica” con un cibo uniformato, prodotto a catena e senza
storia, fornito da altri “se stessi” gemellari vestiti tutti uguali, con una uniforme vivacemente colorata che deve
segnalare spensieratezza, allegria e assenza di legami famigliari (il “cosmopolitismo” garantito dai nomi dei
panini in inglese).
Nel fast food si configura l’alternativa ipomaniacale – in qualche misura fisiologica e necessaria in
adolescenza- di poter fare a meno di mamme, nonne e zie: figure che ritroviamo invece rappresentate da
equivalenti nel più differenziato, anche se dimesso, personale delle mense scolastiche o aziendali.
I ragazzi hanno la sensazione, attraverso un rispecchiamento con i giovani addetti “uniformati” del fastfood, di essersi impossessati della cucina e di gestirsi da soli proprio nell’area di massima dipendenza
originaria dall’oggetto, che è quella nutritiva.
Il barista del bar nel deserto è una figura diversa, potenzialmente e alternatamene ora “altro da sé”, ora
“altro se stesso”
Non è mai protagonista.
In alcune occasioni, nei primi anni di cura di adolescenti difficili, ho sperimentato l’opportunità di dispormi
(interiormente ed esteriormente) in modo analogo a quel tipo di barista.
Ho constatato come fosse utile lasciare fluire in modo naturale un’alternanza specifica di momenti di
simmetria e di asimmetria relazionale, per far maturare in me le interpretazioni, e per poterle poi proporre in
modo accettabile ad un interlocutore solitamente spaventato dalla dipendenza, ostile verso il Super-Io,
bisognoso di un contenimento non esplicitato e di un contributo sostanziale alla coesione del Sé, come è il
paziente adolescente.
La ben conosciuta tendenza degli adolescenti ad abbandonare improvvisamente il trattamento, operando
scissioni massicce e agiti impulsivi, può essere bilanciata da un assetto interno ed esterno dell’analista che
alterni concordanza e complementarietà nel contatto empatico, e da un’accurata utilizzazione delle similarità,
piuttosto che da un’enfasi sulle differenze tra i due protagonisti della scena analitica.
In alcuni casi la tecnica di trattamento dev’essere impostata sulla massima tolleranza dei bisogni di
rispecchiamento, di apparente gemellarità e di condivisione confermativa dei vissuti e delle prospettive
soggettive del paziente.
Le modalità relazionali richiedono un particolare tatto e l’astinenza temporanea da un protagonismo
interpretativo dell’analista, che non deve “rubare la scena” con interpretazioni troppo brillanti, che
rischierebbero di sottolineare la superiorità dell’adulto in modo difficilmente tollerabile per
l’adolescente.”

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